GERONIMO DA SURBO
Appartenente all'ordine dei Cappuccini fu insigne predicatore. Fu autore di numerosi trattati relativi all'ordine monastico cui apparteneva. I suoi scritti furono pubblicati in Brescia nel 1590, in Colonia nel 1597. Presso la Biblioteca provinciale di Lecce di lui si conserva un'opera intitolata Compendium privilegiorum fratrum minorumet aliorum medicantium & non medicantium stampata a Venezia nel 1617 dall'editore Pietro Miloco. Un breve profilo biografico è contenuto nell'opera del Maggiulli Dizionario degli uomini chiari di Terra d'Otranto che si conserva manoscritta presso l'Archivio di Stato di Lecce.
GIUSEPPE MARIA CANDIDO
Entrò giovanissimo tra i frati minori conventuali. Seguì tutto il corso di scienze e lettere con eccezionali risultati. Nel 1754 conseguì la laurea di Dottore in Sacra Teologia. Guadagnò la stima di molti suoi contemporanei e venne iscritto a varie accademie. Non era di gradevole figura ma lo amavano per l'ingegno e per la dottrina che possedeva. E' notissima la sua traduzione in versi dell'Eneide di Virgilio, che per molte caratteristiche potrebbe essere paragonata a quella celebre di Annibal Caro. Un suo profilo biografico si può leggere nel Dizionario degli uomini chiari di Terra d'Otranto , conservato manoscritto presso l'Archivio di Stato di Lecce.
LUIGI MESSA (1825-1890)
Il municipio lo ricordò come "cittadino integro, cospiratore indomito, educatore infaticabile". Luigi Messa sacerdote di animo rivoluzionario, dal pulpito trascinava l'uditorio parlando di libertà. Commemorò pubblicamente il sacrificio dei fratelli Bandiera e il suo gesto di benedire i primi martiri patrioti, in quel periodo di oppressione borbonica, fu considerato quasi blasfemo. Questo gli costò il confino nel convento di Parabita. Al ritorno si affiliò alla Giovine Italia e rischiò il carcere e la pena di morte organizzando riunioni segrete. Viaggiò in tutta Europa, insegnò e ricoprì saggiamente la carica di sindaco di Surbo.
PIETRO PALADINI
Nativo di Surbo, si trasferì a San Cesario per l'esercizio della sua professione, dopo aver conseguito la laurea in Medicina Veterinaria. Qui ha sempre vissuto ed è morto. E' autore di un romanzo dal titolo Era così, pubblicato a Lecce negli anni trenta (una copia si conserva presso la Biblioteca Provinciale di Lecce).
SILVIO VACCA
Nato il 23 settembre 1893, morì il gennaio 1937 nella natìa Surbo. Si laureò in giurisprudenza presso l'Università di Roma. Fu poeta vernacolo di gran valore ed è autore di un poemetto "La uerra noscia", pubblicato nel 1915, oltre che di numerose poesie, sempre in dialetto, ancora oggi molto apprezzate. Fra di esse una, dedicata al paese natìo, che egli descrive con accenti delicati e accorati. Il poemetto e le altre poesie hanno meritato una recente ristampa, a cura del fratello, e con una breve premessa del professor Mario D'Elia (Galatina, Ed. Salentina, 1977 - 1978) nella collana delle edizioni degli aici della Biblioteca "A. De Leo" di Brindisi.
TESTIMONIANZA DELL'INSEGNANTE MARIA DE VITIS
Oggi che l'analfabetismo è andato scomparendo nella nostra società, che la scuola dell'obbligo si è consolidata, che gli studenti sono così numerosi presentiamo la testimonianza scritta della cara maestra, ins. Maria De Vitis che dal 1916, anno in cui ha cominciato il suo insegnamento, al 1964 ha educato generazioni di alunni del nostro paese.
"Nell'Ottocento e anche nei primissimi anni del Novecento, la Donna che fosse veramente istruita mancava, era una fortuna saper mettere la propria firma.
La Donna era chiamata "la regina" della casa perchè la vita pubblica le era assolutamente proibita, dovunque vi era molta povertà e le donne perciò dovevano lasciare la "reggia" e lavorare in campagna dall'alba al tramonto, pur realizzando un misero guadagno. In casa le madri venivano sostituite dalle figliole più grandicelle che curavano e custodivano fratellini e sorelline e cuocevano la pentola per la sera quando i genitori e gli altri familiari tornavano dal lavoro.
Ancora negli anni '905-906 le scuole erano scarsissime a Surbo. Eravamo veramente solo tre quelle che frequentavamo le scuole superiori a Lecce, Bice Nilo, Lucia Maglio ed io.
Nei paesi piccoli bastava anche solo un'insegnante per tenere la classe mista che però terminò subito dopo il 1915 nel corso della prima guerra mondiale.
Ebbi la fortuna di diplomarmi nel 1916, e poichè gli insegnanti erano in guerra i posti vuoti non mancavano, cos' io ebbi, lo stesso anno 1916, verso ottobre, l'incarico di supplente di una seconda classe femminile,e fu il momento della felicità. Lo stipendo mensile fù di L. 52.
L'orario di lavoro era diviso 8,30-12,30 13,30-16,30.
Ricordo, nella Scuola Normale, si svolgeva ancora il tema d'italiano e fu data una traccia con i versi del poeta greco Euripide: "E' silenzio e modestia il più bel pregio e lo starsi tranquilli in chiuse soglie".
Io stessa, quando ho iniziato a insegnare, non potevo recarmi sola a scuola, dovevo avere la donna che mi accompagnava; poi a poco a poco mi vennero incontro i bambini con le loro mamme per avere l'"onore" di camminare vicino alla "Signorina".
Il rispetto dei genitori era grande e molto più pretendevano che lo avessero i loro figli.
La raccomandazione che ricevevo da tutti era: "Signorina, castighi il mio figliolo tutte le volte che lo merita; io verrò a baciarle la mano e a ringraziarla".
"Per me l'educazione è più importante dello scrivere".
"Voglio che siano istruiti bene, come meglio è possibile, perchè devono presto imparare anche a lavorare o un mestiere, solo l'ozio non deve esserci, perchè l'ozio è padre di tutti i vizi".
Buoni erano i rapporti con i genitori e ancor più buoni erano quelli con i nostri scolaretti, li amavamo e lo facevamo loro capire, ed essi, a gara, lo ricambiavano.
Abbiamo sempre dato affetto e aiuto e loro lo hanno ricambiato con generosità.
L'ultimo giorno dell'anno scolastico non facevamo ricevimento con gelati leccornie di ogni genere, c'era tanta povertà. Ci chiudevamo con amore nell'aula, c'erano gli ultimi consigli, gli ultimi insegnamenti, magari con lo scambio di qualche immaginetta sacra o qualcos'altro di simile e poi il bacio affettuoso e beneaugurante che, piangendo ci scambiavamo in un abbraccio forte e indimenticabile". |